CAPITOLO 1 - L'ambiente
L'ambiente in cui nacque e crebbe Benedetta Rencurel era costituito da famiglie di contadini. L'educazione era per tutti cristiana, anche se assai rudimentale, visto che la maggior parte della gente era analfabeta e quasi nessun bambino andava a scuola. La pratica religiosa si riduceva alla recita di alcune preghiere (Pater, Ave, Credo) durante il giorno, e alla Messa alla domenica, nella quale coloro che si comunicavano erano una minoranza.
Delle preghiere si imparavano a memoria le tre o quattro fondamentali, ed era la vita della parrocchia a segnare le tappe di istruzione di questa gente: le missioni popolari, le confraternite, i mesi di maggio, le devozioni, le Messe festive plasmavano e ritmavano la crescita del popolo, che veniva a conoscere qualche rudimento di storia, di geografia, di scienza attraverso la voce dei padri predicatori di passaggio, le visite dei vescovi, i racconti popolari.
I vescovi di Gap e di Embrun furono, in questo periodo, ottimi restauratori e organizzatori di missioni popolari. Armate di francescani cappuccini, domenicani e gesuiti percorsero in lungo e in largo i territori della diocesi, nel tentativo di rinforzare la fede cattolica, che abbiamo visto essere stata messa a dura prova dalle guerre di religione. I padri predicatori cercavano con tutti i mezzi possibili di far tornare alla verità della fede cattolica i calvinisti, di insegnare il catechismo e la morale, in particolare attraverso i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia.
Un altro grande impulso alla vita religiosa del popolo lo diedero, in Francia come nel resto dei Paesi cattolici, le confraternite. Queste erano delle associazioni di laici che si riunivano per un particolare scopo: la venerazione di un santo patrono, la divulgazione della pratica del rosario, la promozione del culto eucaristico, l'aiuto alle persone bisognose, ecc. Molte parrocchie avevano le proprie, e ne andavano fiere. Erano esse che sostenevano il culto, la fede e la devozione dei propri aderenti.
Al tempo di Benedetta, nella diocesi di Gap si contavano molte confraternite di pietà e di carità: erano ben 343, distribuite nelle 164 parrocchie. Molte sorsero nella prima metà del XVII secolo allo scopo di sostenere il fervore dei cattolici e convertire i protestanti. I conventi domenicani avevano naturalmente le confraternite del rosario, essendo tra i principali promotori di questa preghiera mariana. Per questo motivo i conventi dei figli di san Domenico erano dei veri e propri centri di preghiera, assai frequentati e apprezzati dal popolo. La nostra stessa Benedetta, che diventerà terziaria domenicana, crebbe con la stima e quasi la venerazione per la spiritualità domenicana.
Tra le devozioni attestate ne segnaliamo una: nella cattedrale di Embrun era particolarmente venerata la Madonna dei « Tre Re » (i Re Magi), e la gente vi si riversava in massa durante le festività per implorare ogni grazia per l'intercessione loro e della Vergine Madre.
Anche i monarchi francesi vennero in pellegrinaggio a Notre-Dame di Embrun. « All'inizio del XVII secolo - scrivono Vallart-Rossi e Combal - il re di Francia, particolarmente devoto alla Madre di Dio, consacrò a lei il suo regno. Luigi XIII rimase tutta la vita fedele alla Vergine Maria e ricorse espressamente a lei in molte occasioni: durante l'assedio de La Rochelle ordinò di elevare pubblicamente preghiere alla Vergine Maria; nel 1630, malato, implorò la Madonna di Loreto; quando il suo regno sfiorò la rovina, ordinò una novena mariana e vi partecipò in prima persona. Nel 1637 supplicò la Madre di Dio mediatrice di donargli un erede: il desiderio venne esaudito. Il 15 agosto 1638, ad Abbeville, in una cappella riconquistata al nemico, il re consacrò il suo regno alla Madonna. La Francia diventa feudo, terra e proprietà della Regina del Cielo. E se la festa dell'Annunciazione era molto popolare, quella del 15 agosto diventa la festa di Maria, della Francia e del popolo, l'Assunzione diviene la principale solennità della Vergine Santa ».
A prescindere da ogni giudizio storico che si possa dare sulla figura del re Luigi XIII, non possiamo non mettere in rilievo questa sua devozione e il suo riferimento continuo alla Vergine Maria, tanto da consacrarle, in quanto re, tutta la sua nazione. E pensare che oggi, nelle terre cosiddette cattoliche, il nome di Gesù o di Maria santissima non si può nemmeno nominarlo in Parlamento o da parte dei governanti, per non ledere chissà quale diritto di persone che professano altre confessioni. Non così la pensavano i re di Francia del tempo, ma neppure ragionavano alla stessa maniera i papi del secolo scorso, per i quali il Signore Gesù è Re non solo delle anime, ma anche della società umana.
« Sbaglierebbe gravemente - scrive infatti papa Pio XI - chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all'impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l'incolumità del loro potere, l'incremento e il progresso della patria. [...] Allontanato infatti Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l'autorità appare senz'altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v'è ragione per cui uno debba comandare e un altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali ».5
In questa terra dunque si recitava il rosario e si amava la Madonna. Benedetta nacque e crebbe con queste forti convinzioni.
Il Concilio di Trento aveva dato un forte impulso alla vita della parrocchia che si radunava attorno al sacrificio della Messa domenicale: la chiesa era il luogo della Messa, delle Confessioni, del catechismo; la gente vi andava per incontrare il Signore Gesù, per celebrare il culto divino, per implorare perdono, per imparare i fondamenti della fede.
La santa Messa doveva essere officiata con devozione: era servita da uno stuolo di chierichetti, era sempre preceduta da una processione e celebrata con solennità. La santa Comunione però era piuttosto rara; la gente si comunicava soprattutto a Natale, Pasqua e in altre grandi solennità, in generale non nelle domeniche normali. Sarà la Vergine a istruire Benedetta affinché si accosti alla Comunione con maggiore frequenza.
La parrocchiale di Saint-Étienne era stata restaurata nel 1614, e al tempo di Benedetta si presentava in buono stato: c'era un bell'altare della Natività, un altro dedicato a san Giuseppe, con varie statue che erano state salvate dalla furia iconoclasta del calvinismo.
Quando Benedetta venne al mondo, parroco di Saint-Étienne era don Jean Fraisse. Si sa poco di lui. Come tutti i parroci dei villaggi di campagna o montagna, egli viveva poveramente, con le rendite che la parrocchia di paese poteva garantirgli. Probabilmente non era un uomo di grande levatura, ma Benedetta dirà che fu durante una sua omelia che ella capì improvvisamente la profondità della misericordia che sprigiona il Cuore Immacolato di Maria. In ogni caso, poi, fu lui che ottenne per Benedetta il posto di lavoro presso la famiglia Jullien, con la quale era imparentato, quando i Rencurel caddero in miseria. Nonostante ci appaia come un uomo timido e impacciato, don Fraisse fu comunque presente, attento, scrupoloso. Riguardo alle apparizioni, mostrò un immediato interesse, e fu lui che assicurò, nei primi anni, il servizio delle Messe. Lo sappiamo perché nel 1665 (le apparizioni erano appena iniziate) egli mandava regolarmente le relazioni di quanto stava avvenendo al vicario generale della sua diocesi. Morì però poco tempo dopo l'inizio delle apparizioni, nel settembre del 1668. Il suo successore fu don Mazet.
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5) Papa Pio XI, enciclica Quas primas, 1925.
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