CAPITOLO 1 - Il villaggio
Il villaggio di Saint-Étienne, dove nacque Benedetta, annoverava circa un migliaio di abitanti, non di più. Erano tutti più o meno poveri, non vi era istruzione, l'età media della vita era bassa, la mortalità infantile elevata. Le famiglie che potevano disporre del pane quotidiano erano decisamente poche. Orfani e vedove si vedevano sovente costretti a mendicare e si affidavano alla bontà dei compaesani per poter sopravvivere. La gente più povera raccattava e mangiava anche quanto si trovava nei boschi: ghiande, radici, felci, foglie, cortecce ed erbe.
Vi erano in tutto il villaggio solo due paia di buoi per arare i campi. Il terreno era suddiviso in appezzamenti minuscoli, che nutrivano qualche decina di pecore e di capre. Il fondovalle era riservato al grano, alla segale, a qualche verdura e alla canapa. Vi erano poi terreni boscosi, che fornivano materiale da costruzione, e qualche vigna. Questa era la situazione, e nessuno se ne lamentava, perché era così: la vita era dura per tutti.
Di interessante però, nella zona, vi erano dei sedimenti di roccia calcarea e argillosa, delle marne che venivano lavorate per produrre gesso di ottima qualità, che alimentava un certo commercio. In queste cave naturali, per altro, ognuno poteva andare, essendo a disposizione di tutti, e talvolta i cittadini di Saint-Étienne si costruivano in quegli anfratti delle sorte di « forni » che utilizzavano per cuocere le loro cose. Proprio vicino a uno di questi forni naturali, donati dalla natura, fuori paese, Benedetta ebbe la prima apparizione della Vergine Maria.
Gli uomini validi erano soliti spostarsi, e andavano a lavorare verso sud, nella stagione della vendemmia; le donne (soprattutto quelle rimaste vedove) sovente trovavano impiego come domestiche a Gap. Alcuni contadini erano autosufficienti in tutto o quasi, avendo un piccolo appezzamento adibito a coltivazioni a uso domestico, oltre a galline, pecore, una o due vacche da latte, ecc. Altri invece, più poveri, erano semplicemente dei braccianti, e andavano a lavorare la terra laddove venivano chiamati. Molti erano i venditori ambulanti. Al centro del villaggio, in una zona alquanto stretta, circondata da edifici da tutti i lati, si trovava la casa natale di Benedetta. Era molto vecchia e composta da uno scantinato, una stalla col soffitto a volta, una camera al piano superiore e un piccolo locale a nord, dove si trova ancora una statua della santa Vergine Maria e qualche quadro devozionale. È nella camera da letto che probabilmente Benedetta venne al mondo, perché al tempo ovviamente si partoriva in casa.
Per farci un'idea più precisa riproduciamo alcuni stralci del compendio storico sulla casa natale di Benedetta scritto nel 1850 da don Joseph Galvin, sulla base dei Manoscritti originali di Laus:
La casupola in cui nacque Benedetta era posta al centro del villaggio in un quartiere molto stretto. La stanzetta al piano di sopra, adibita alla preghiera, era stata aggiunta in un secondo tempo, non si sa quando, ma sicuramente dopo la costruzione della casa, che mostrava di essere molto antica. Dopo la santa morte della veggente, la gente del posto e persino i forestieri hanno sempre rispettato e venerato la sua casetta come un luogo sacro, un reliquiario ancora impregnato del profumo della sua santità. Le travi nere di fumo e corrose dai tarli, ridotte alla metà del loro spessore dai piccoli furti dei pii visitatori, sono come testimoni della nascita della taumaturga delle Alpi e dei suoi misteriosi incontri con la Santa Vergine per tanti e tanti anni. [...] Era questo l'aspetto della casa quando l'8 gennaio 1850 scoppiò un violento incendio che distrusse pressoché completamente il villaggio di Saint-Étienne d'Avangon. La casupola di Benedetta, circondata da edifici da tutti i lati, fu raggiunta dal fuoco tra le prime e sarebbe dovuta scomparire nel divampare generale delle fiamme prima che si potessero organizzare i soccorsi. Ma, cosa stupefacente, il fuoco, dopo aver consumato il foraggio che riempiva la soffitta, dopo aver raggiunto il tavolato e i mobili si fermò da solo, come obbedendo a una mano potente e invisibile, proprio nel punto in cui c'era l'alcova, culla di Benedetta. La metà del soffitto e le vecchie travi, oggetto della venerazione dei visitatori, con la cappellina adiacente rimasero intatti. Il tetto che copriva questa parte della casa fu rispettato dalle fiamme che pure furono tanto violente da non risparmiare né un travicello né una tegola sui tetti delle altre case del villaggio. Questo fatto fu constatato da numerosi testimoni e specialmente da mons. Depéry, vescovo di Gap, che si recò due giorni dopo sul luogo del disastro per portare i primi soccorsi alla gente colpita dall'incendio.
Il vescovo comprò le rovine della casa di Benedetta, allo scopo di ricostruirla e di consegnare ai posteri questo monumento religioso, con la memoria degli avvenimenti ad esso legati. Detto fatto: il progetto di restauro fu eseguito. Con grande rammarico del prelato e degli amanti dell'archeologia, i muri secolari della casa di Benedetta non poterono essere conservati a causa del loro pessimo stato, dovuto a un difetto di costruzione, a cui si aggiunsero i danni del tempo e del fuoco. Furono però innalzati di nuovo con gli antichi materiali, raccolti come preziose reliquie. Il legno della scala, tante volte calpestato dai piedi di Benedetta, le travi annerite, i resti venerabili dell'alcova sono stati reimpiegati nella ricostruzione. E così, malgrado i cambiamenti subiti, questa casa oggi è come quella di allora. Lo stile, pur conservando la semplicità del monumento primitivo, è più libero, e la distribuzione interna migliore in accordo con la nuova funzione pensata dal pio vescovo.
Far rivivere qui Benedetta per istruire le ragazze, educarle alla pietà e alla religione, e soccorrere i poveri e i malati: ecco il fine che si propose sua Eccellenza. Ci riuscì fortunatamente ottenendo dalle suore della Provvidenza di Gap che una di loro vi si stabilisse allo scopo di educare le giovani della parrocchia e assistere i malati. Per perpetuare il ricordo della pia Benedetta, questa religiosa avrebbe dovuto aggiungere al suo il nome di Benedetta.
Il luogo in cui Benedetta vide la luce è stato trasformato in una cappella dedicata a Maria sotto il titolo di « Nostra Signora dell'Infanzia ». Due piccole farmacie sono state realizzate in questa cara casa: una per il corpo, che contiene tutto quanto serve a prestare i primi soccorsi agli ammalati; l'altra per l'anima, ossia una biblioteca di buoni libri la cui lettura guarisce le piaghe procurate dalle dottrine sbagliate che oggi, ahimè, si diffondono dappertutto.
Sulla facciata principale della casetta ricostruita si offre allo sguardo del pio visitatore la seguente iscrizione, incisa a lettere d'oro su marmo bianco: « Qui è nata il 29 settembre 1647 Benedetta Rencurel, fondatrice del santuario di Laus. Questa casa fu acquistata e restaurata nel 1850 da mons. Jean-Irenn Depéry, Vescovo di Gap ».
Notiamo che la data di nascita di Benedetta nell'iscrizione è sbagliata di tredici giorni: ella nacque il 16 settembre e non il 29; gli storici della diocesi, in quel tempo, non potevano disporre dei documenti rinvenuti più tardi, ma è anche probabile che la devozione ai santi arcangeli abbia portato i collaboratori del vescovo ad optare per questa data, più favorevole alla devozione.
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